Calcio: Totti ed i gufi, quando va in gol la superstizione
"Totti è bravissimo ma sfortunato", disse un giorno Pelè. "Mi hanno gufato", ha detto oggi il giallorosso entrando nella clinica dove è stato operato, certo però non ce l'aveva con O rei: semmai il suo obiettivo erano quelli che "hanno fatto tutte quelle polemiche sulla mia mancata espulsione contro l'Udinese, così mi sono rotto una gamba...". Calcio e superstizione, un binomio inscindibile, fra riti propiziatori, maghi e stregoni, e previsioni sballate anche da parte di chi è stato un campionissimo, il più grande, ma poi si è fatto una certa fama di menagramo a casa sua, in Brasile.
Così, Ronaldo sorride se Pelè dice che il Fenomeno non tornerà più quello di prima. 'O Reì infatti, almeno così dicono in Brasile, non ne azzecca una, almeno in materia di previsione: disse che il Mondiale 2002 sarebbe stato un disastro per la Seleçao, e invece la squadra di Scolari vinse. Se poi Pelè dice che qualcuno è sfortunato, sono in molti a fare gesti scaramantici: quando lo disse di Totti, poco dopo ci fu il bruttissimo fallo di Vanigli che al capitano della Roma stava per costare i Mondiali poi vinti in Germania.
Sebbene il calcio, così amato e seguito, sia cambiato molto nel corso dei decenni, i suoi protagonisti sono rimasti ancorati alle più svariate superstizioni. Celebre è rimasta la mania del pluricampione del mondo (da calciatore e da tecnico) Mario Zagallo, che giocava sempre e solo con il numero 13 sulla maglia perchè lui e la moglie erano devotissimi di Sant'Antonio, la cui festa ricorre appunto il 13 luglio. Un altro brasiliano, il "re di Roma" Falcao, doveva sempre toccare l'erba al momento d'entrare in campo, e poi farsi il segno della croce.
Bobby Moore, prima del fischio d'inizio, indossava sempre i calzoncini per ultimo e girava in mutande per tutto lo spogliatoio per accertarsi che così fosse. Il suo compagno di reparto, e anche lui campione del mondo nel '66, Nobby Stiles usava cospargersi d'olio d'oliva il petto e la faccia.
Coerente fino in fondo è stato l'allenatore dell'Argentina Carlos Bilardo: indossò la stessa cravatta durante i tornei iridati del 1986 e del 1990, ottenendo un primo ed un secondo posto. Ma non è tutto: prima della partita d'esordio della sua nazionale a Messico '86 aveva chiesto in prestito il dentifricio a un giocatore e allora decise di ripetere la richiesta fino alla finalissima dello stadio Azteca contro i tedeschi.
Scaramanzie anche per l'Italia Mundial a Spagna '82: Tardelli giocava sempre con un santino nel parastinco (lo fece anche "Mumo" Orsi nei Mondiali tinti d'azzurro del '34), Gentile non si tagliava più i baffi e bloccò Zico e Maradona, Bruno Conti prima d'ogni partita si inginocchiava in mezzo allo spogliatoio e urlava: "Chi si estranea dalla lotta» ed il coro dei compagni rispondeva «È un gran figlio di...". L'ex ct azzurro Giovanni Trapattoni nel 2002 (e non solo...) si affidava invece a una bottiglietta d'acqua santa regalatagli dalla sorella suora.
Il tecnico della Francia Raymond Domenech crede nell'oroscopo e consulta i segni zodiacali prima di decidere lista dei convocati e formazione. Per questo evita sempre di chiamare troppi calciatori nati sotto il segno del Leone e dello Scorpione. E sempre a proposito di francesi: il rito propiziatorio di Laurent Blanc era di baciare la 'pelatà del portiere Barthez prima d'ogni partita dei Bleus.
Mille le superstizioni calcistiche che vengono dall'Africa: quando Aruna Dindane, ex Anderlecht ed ora al Lens, non segnava più per fargli ritrovare la rete sono stati sacrificati due pecore ed un tacchino. Il Camerun ha girato per anni con lo stregone al seguito, mentre prima della finale dell'ultima Coppa d'Africa i calciatori dell'Egitto hanno sgozzato una vacca: gli animalisti hanno protestato, poi però il trofeo l'hanno effettivamente vinto i Faraoni.
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